“”RisBocci” – La raccolta poetica di Roberta Borgianni e Alessandro Moschini

“RisBocci” – La raccolta poetica di Roberta Borgianni e Alessandro Moschini

 

risbocciLeggendo la raccolta poetica di Roberta Borgianni e Alessandro Moschini, dal vivissimo titolo “Risbocci”, non si può non constatare già da subito, quella struttura interna e coinvolgente che divide l’intero testo in tre parti, in cui la centrale, poesie a quattro mani dei due autori, ne sembra assumere delicatamente il pistillo di un fiore aperto in due direzioni e in una duplicità di tempi: quello che definisce la visione di Roberta da un lato, e quello che caratterizza il punto di vista di Alessandro, dall’altro. Le due visioni poetiche si scontrano e nello stesso tempo si intrecciano, completandosi, proprio nelle loro contrapposizioni e conseguentemente, nel loro relazionarsi.

È una ‘camelia’,  l’universo di Roberta Borgianni, e in quell’universo, l’autrice depone l’arte di un bacio in cui sentiamo ‘sorridere l’aria’ e ‘i fiumi di tutta la Luna’: questi elementi scorrono in un tempo multiplo, così come appaiono plurime le lune, che siano mature o silenziose o specchio d’amore, ora insinuanti, oppure custodi del seme del mondo. Il tempo resta sempre quella ‘tenebrosa fotosintesi’ che si compie, anche quando passa crudelmente o semina mancanze, strappi e sangue amaro. E non può che essere la semina, a portare in direzione della rinascita: nel pensiero, nel fiore reciso, in tutto quello che liberamente ci permette di essere nuovi, pur essendo gli stessi.

Ecco allora che la venuta al mondo acquista potenza, perché l’uomo vi entra ‘sempre dal ventre di un’estate in boccio’ , ed è miracolo sentirsi e ri-sentirsi vivi. Il ri-nascere, il ri-ascoltarsi, il ri-sbocciare, diventa replica che chiama leggera due volte, perciò miracolosa chiamata, a ri-concedere vita, riscatto, chance, opportunità. Il ri-sboccio, è sempre legato all’indole umana, oltre che a quella dell’universo, anzi ne è specchio, così,  quel miracolo lontano assunto dalla ‘distanza breve del sogno’ è anche ancorato alla terra, diventa proprio il luogo, in cui ‘l’autrice vuole restare’:  in un terzo tempo, quello che non ci vuole a pretendere niente, in cui esiste un tipo altro di amore, che è la Poesia. Il tempo dell’Agave Bianca, scrive l’autrice, che è stagione di promessa e di destinazione.

Le chiuse poetiche di Roberta Borgianni hanno un denominatore comune richiamante il boccio della vita, ‘miracolo rosso’ dentro ‘lo spazio di una mela’ tutto da divorare: quella stessa farfalla elegante che è metafora del tempo-vita e che batte le ali dei sensi, anche quando apre il ciclo poetico con una poesia dedicata all’amico (Chico), dalla quale trapela l’eco di memoria e di presente, verso una nostalgia futura che li contiene tutti. In Roberta questa nostalgia del poi, è il desiderio di fermare il migliore volto del bene (suonami ancora qualcosa/amico mio/ qualunque cosa/ e poi ricoprimi con Lenzuola di cielo) e nel tempo della memoria dei passi perduti, continuando con i versi all’amico (ci ritroveremo/amico mio/nel chiaro firmamento/illuminato tutto/come presagi di Feste/insieme canteremo/la memoria dei passi perduti): in questo modo ci ricorda, che memoria e luogo sono sempre stati l’uno lo specchio dell’altro.

La sezione centrale dal titolo “Quattro mani e una penna”,  a cui si passa dopo la prima trance di poesie di Roberta Borgianni, è l’inizio di un armonico a due in cui, là dove per Roberta è il ‘senso dell’amore’, lo sprone ad attraversare il limite, che è ricerca ‘per accendere nuove candele’, per Alessandro Moschini lo stesso limite è già riconosciuto e superato, si fa ‘solo senso’, tanto in un mare, quanto nelle fragranze della presenza umana, anche quando riconosce di sentirsi quel ‘condannato a morte’ che poi è condanna di tutti gli uomini: sentendo dentro di se quel limite, Moschini non può che ri-chiedere che il tempo, si fermi proprio dov’era avvenuta ‘la rinascita’, rendendosi conto serenamente, ciò che resta alla fine del percorso della vita. Mentre per Roberta la rinascita, che è ‘rinascita e morte all’infinito’ diventa anche un ‘non sentire più rendere quella vita già stata’ e dunque, assunta a diventare sapore di nostalgia futura.

Un bellissimo e accorato ragionamento sul tempo e sul luogo come elementi salvifici, una ricerca che accomuna entrambi i poeti,  in cui la salvezza si denota proprio quando riusciamo a uscire ‘dal caos’, dal disordine fluente del quotidiano, in cui Alessandro Moschini riesce a liberarsi di tutto l’esubero che lui stesso definisce ‘spazzatura’ per poi ‘farsi pace’, che altro non è che la base su cui seminare la Poiesis. Ma, mentre per Alessandro, tale ricerca è diretta, lineare, che quasi balza agli occhi naturalmente, per Roberta, la stessa ricerca passa attraverso lo strumento, meno diretto, che internamente risiede nel tempo, quasi fosse musica respirata ‘che non conosce stagione’ nello svuotare la soffitta dei ricordi: così facendo raggiunge quella stessa leggerezza moschiniana che il poeta trova nel ‘sopperire vuoti e pagliativi sterili’ (Ho troppi chilometri/ammucchiati sul groppone/e scorie da scacciare/ dalla pelle).

Dove l’uno giunge al risultato della ricerca poetica, nell’immediato scarto dei superflui, l’altra vi giunge passando per lo scorrere evolutivo del tempo: due vie che si intersecano creando una poesia provvista di forte analisi di un triplice aspetto del tempo: Tempo-Memoria, Tempo-Essenza, Tempo-Ri-nascita.

Rinnovarsi è essere donna albero’, un ‘ributtare vita di foglie nuove’, ma soprattutto è ‘rivoluzione’ e risveglio oltre la cenere, dopo il fuoco lacerante, in cui Alessandro ne sente ‘lo strappo liberatorio’, proprio come quando ci vogliamo togliere un abito stretto, mentre Roberta ne incalza la ribalta delle illusioni, rinascendo ‘al bacio della luce’, riflesso dello specchio, metafora di verità restituita, che sta in tutte le cose del mondo: proprio sull’aspetto nobile della verità, Alessandro si pone qui ‘con la mente alla bellezza’ riconoscendo la metafora dello specchio e degli occhi, dove invece Roberta lo fa ‘guizzando nei sorrisi cristallini di acque placide’ cogliendone la certezza, che sola, può ricucire tutto ciò che di bello può rinascere.

La leggerezza candida e trasparente che risiede nei versi di Alessandro Moschini, trapela nelle sue parole che si fanno forti chiuse (L’uomo d’oro), in cui l’autore ribadisce, il concetto puro ed eterno dell’amore ‘toroidale’ :  tutto il sentimento concesso sarà lo stesso che verrà restituito e rivolgendosi alla seconda persona, ne delinea la forza interiore, scandendone l’essere ‘tutto ciò che pensi/vuoi/ami’, dunque definendo l’uomo in pensiero/volontà/amore. Sono profumi di sensazioni profuse in ogni cosa: ora uscenti da un luogo ‘lungo il cielo dell’Aurelia’, ora dall’aroma di un ‘orzo’ divenuto memoria.

Particolare, è l’uso formale ricorrente nei testi che Moschini fa della parentesi tonda, a ricordarci il flusso del pensiero che si fa talvolta sottotesto, richiamo, eco, memoria, riflessione, descrizione, ricerca di punti fermi, in un salire di ricordi come fiumi respirati da fragranze, vicine o lontane. Le poesie risultano così interiorizzate, discorsive o staccate da pause e silenzi, in un discorso allungato nelle strofe. Intento a ‘rimontare le parole’, ricercarle per sconfiggere ‘l’anatema del silenzio (muto)’, a girare i pensieri, come il poeta stesso scrive, quasi in un voltare la loro compagine per maneggiarle, fino a farle ‘tintinnare a cascata’, la poesia di Alessandro si condensa di moti e di pause, in cui ‘tirare il fiato’ e ritrovare nuovi equilibri e riposi (dal nulla all’equilibrio).

Il rinascere ha una sua completezza e un equilibrio ritrovato, interiormente e nella persona amata, riscoperta quasi in ‘un canto d’acqua’,  tanto caro al poeta che crede nella proprietà dell’elemento acquoso di ‘alcalinizzare il futuro’, e di più ‘nel boccio sfuggente di una folata’, con il coraggio tutto verticale, quale la ricerca poetica si assurge di essere insieme alla vita, per affrontare quella nostalgia del futuro tanto dibattuta nelle poesie corali.

Alessandro Moschini e Roberta Borgianni, iniziano il percorso poetando soavemente con la poesia che prende il titolo in “Bocci” , e non a caso lo terminano, se di un termine si può parlare per un flusso-vitae, con i “RisBocci”, in un cammino che è ritrovo di luce nuova riparante e rigenerante. Un’evoluzione vitale  condivisa, un nuovo albore, per dirla con i versi dei poeti, in cui una “carezza dolce, la gioia fa dischiudere”.

Adua Biagioli S.

(Diritti Riservati)

 

Da “RisBocci”

 

Bocci

 

Passano gli anni

lesti e senza inganni,

sfiorano i volti

rendendo sorrisi distorti.

Tracimano gli occhi

quando le mancanze

generano strappi

e il sangue amaro

batte tocchi e rintocchi

 

E’ semina di fiele

questo tempo crudele,

tenebrosa fotosintesi

da malate stelle,

irrigata evirazione

dell’animo ribelle,

cresciuta a nefandezze,

a schiaffi

passati per carezze.

 

Se passi un dito sopra al perigonio

la tua carezza dolce

gli fa male.

 

*****

 

RisBocci

 

Eccolo il tempo

della nuova luce

che tutto ripara

tutto ricuce.

Affiorano risposte

che già avevi

sottopelle nascoste

Prepotente mutazione

che affiora di fuoco

e di limone.

 

Tempi nuovi

dopo l’arida astagione

di accecante luce

e frastuoni.

Giunge l’autunno,

apre le braccia ai libecci

racchiudendo frogiate in cartocci;

in punta di colore

-nuovo albore-

appaiono i RisBocci

 

Se passi un dito sopra al perigonio

la tua carezza dolce

la gioia fa dischiudere.

 


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