OCTAVARIUM – OMNIA VINCIT AMOR, ET NOS CEDAMUS AMORI – Il nuovo romanzo di ALESSANDRO MOSCHINI

OCTAVARIUM – OMNIA VINCIT AMOR, ET NOS CEDAMUS AMORI

IL NUOVO ROMANZO DI ALESSANDRO MOSCHINI

OCTAVARIUM<<Guarda amore>> disse l’uomo con un sorriso gonfio di soddisfazione dietro alla sua truzza abbronzatura artificiale fatta di ore ed ore di solarium. Il bambino sorrise in preda all’eccitazione. Aveva già visto questa scena altre volte. Il pitone vide il topo e sinuoso si avvicinò a lui mentre il malcapitato roditore era intento a farsi i fatti suoi e a girellare all’interno della teca. Ad un tratto il suo dolce musetto si incontrò con quello del serpente. Allungò il naso per annusarlo quando il serpente con uno scatto improvviso lo morse e lo avvolse intorno a sé iniziando a stritolarlo. Padre e figlio si godevano il macabro speccacolo, mentre il topo squittiva in preda alla paura ed al dolore. Stavano aspettando la sua morte ed il suo inghiottimento da parte del serpente quando squillò il telefono…./Babbo, il serpente ha mangiato il topino. Arrivò la voce di Kevin ridente dal salotto. <<Visto, amore? Gliene diamo uno anche al boa?>>.

<<Sì babbo, dai!>> Matteo lasciò Kevin in salotto e andò a prendere un altro topo mentre il bimbo si mise a fare un gioco di guerra alla playstation.

Prima di varcare la porta però si girò verso il bimbo a guardarlo con dolcezza estrema. Era tutta la sua vita. Era pronto a tutto pur di non perderlo.

 

Dopo aver letto il nuovo romanzo di Alessandro Moschini, che ha la caratteristica particolare di appassionare intimamente il moto naturale della lettura, ne sono uscita in parte, con un certo malessere che si dipana al centro dello stomaco mentre i fatti si rivelano e si svelano senza risparmiarci niente, e,  dall’altra, con la mia stessa anima apertasi a qualcosa di stranamente leggero ed accogliente. Due opposte sensazioni, eppure intense e contemporanee. Un romanzo che si apre a uno dei temi che mi sta più a cuore: la tematica della Giustizia.

Se, come ci spiega il dizionario, la giustizia è “quell’ordine virtuoso di rapporti umani in funzione del riconoscimento e del trattamento istituzionale dei comportamenti di una o più persone coniugate in una determinata azione secondo la legge o contro la legge”, per esercitarla, la questione si fa assai più complicata, perché tale esercizio deve tener conto di un codice che, in qualche maniera, classifica i comportamenti non ammessi nella comunità. E non deve altresì mancare, quell’autorità giudicante, che poi è perno alla struttura chiamata a tradurre per tutti quanti, quelle stesse leggi, al fine di dedurre le conseguenti azioni giudiziarie.

Octavarium è il titolo di questo ultimo, e non ultimo, lavoro di Alessandro Moschini, un titolo ermeticamente misterioso  e assai noto al mondo di chi conosce e si nutre da sempre, come l’autore, di capolavori musicali, come questo in particolare, che riprende l’omonimo brano del gruppo americano Dream Theater. Direi anche il lavoro più maturo di Alessandro, quello che conduce a una riflessione logica, che si e ci trasporta involontariamente, nella contemporaneità del nostro vissuto. E l’autore lo fa, senza ricorrere a nessun eccezionale stratagemma o espediente, a nessun arzigogolo fittizio, a nessuna esagerazione che striderebbe con la storia fluida e lineare, dunque a nessuna ridondanza che ci porterebbe fuori traiettoria e fuori logica.Oserei dire che, proprio in questa semplicità, proprio in queste caratteristiche, non appartenenti a chiunque scriva di questo genere particolare, risieda la bellezza di questo romanzo, in cui i meccanismi della giustizia sono in qualche maniera ‘tarpati’ all’origine.

In quale senso, tarpati? Nel senso che, la giustizia fondante, come definizione, non appena esce alla luce in tutta quella serie di rapporti concatenati tra i personaggi coinvolti nel caso, li scopre invertiti, ribaltati, auto lesionati alla base, tanto che noi lettori li cogliamo al contrario di come dovrebbero essere. Sono gli stessi rapporti, che definirei ‘orroristici’ in quanto privi del senso umano che ne starebbe alla radice, che fanno sì che a loro volta inneschino sui personaggi, proprio il raccoglimento ‘al contrario’, di tutto quell’orrore, del ribaltamento del ‘giusto’, tanto da meritare, dentro una struttura più grande che dovrebbe fondarsi su regole, come lo è la scuola, il tacito accordo all’insabbiamento dei comportamenti delittuosi. La conseguenza non può essere dunque che l’impossibilità di agire dentro al sistema tutto, l’impossibilità dell’esercizio dell’azione giuridica, che dovrebbe condurre necessariamente alla verità.

Ma ciò che qui viene scardinato, al di là dell’azione giudiziaria in sé, è lo stesso senso naturale della giustizia sulle cose, quello innato, che dovrebbe vedere nel singolo, l’impegno al bene del suo simile, che poi non è che tutto quell’insieme di comportamenti costituenti la società civile: onestà, correttezza, non lesività del prossimo. E’ in questo senso, che la giustizia è virtù, soprattutto morale, prima ancora che diritto e dovere.

Calandosi nel particolare del fatto, l’autore ci mostra uno dei drammi più attuali della nostra storia, il noto fenomeno e male sociale del bullismo, divenuto piaga devastante proprio perché difficile da disinnescare e da dimostrare, tanto le sue sfumature sono infinite e sottili.  E ancora di più, perché rientra in quella classe di reati che toccano le sfere del più debole, del ‘solo contro tutti’, di quei giovani uomini e donne chiamati a costituire la nuova società generazionale.

Nasce proprio da questo assunto, un altro senso di giustizia, che è quello proprio del bambino, che ancora è privo di efficaci strumenti di difesa, così come per contro, il bullo, raccoglie invece in sé, tutti quegli strumenti di accanimento rafforzati dal ‘branco’, dall’essere ‘tutti contro uno’.

Un romanzo che ci porta a riflettere: quale può essere il senso di giustizia di un bambino che diventa vittima di sopraffazioni e di violenze? E cosa si innesca nella mente del carnefice davanti all’innocenza e alla debolezza del suo simile?

Forse dovremmo parlare di rispetto e andare più a fondo, per entrare nell’ambito della prima struttura sociale che è quella della famiglia, in cui tutto avviene e si consuma e in cui tutto avviene fuori dagli occhi del mondo?  Oppure dovremmo parlare di Educazione?

Il romanzo di Alessandro Moschini, ci mette di fronte tutta una serie di domande e lo fa, nel modo più semplice possibile, attraverso una parola che ci conduce linearmente negli eventi accaduti e in quelli intuiti. Ora ci offre il dubbio e una chiave per risolverlo, ora individua i colpevoli come tante pedine chiamate a rispondere , più o meno innocenti l’uno rispetto all’altro, e dall’altra parte,  ci mostra infine il crimine mai fermato, che non conosce età né  strutture, ma si insinua lentamente, proprio come lentamente un pitone o un boa attendono la preda, la cavia per gioco e per nutrimento alla malvagità, per il solo fatto di sentirsi essere al mondo.

I capitoli, brevi e intensi, giungono tassello per tassello alla risoluzione-non risoluzione dell’impalcatura dell’evento che ha origine lontane, mai risolte, come tutti i casi psicologici forti che non hanno avuto il loro tempo per l’assoluzione, e che pertanto non possono che ripresentarsi in veste psicologica mai elaborata, e ancor di più, come desiderio di riassettare e riassestare i giusti equilibri, che la giustizia avrebbe dovuto umanamente dispiegare.

L’autore, facendo leva su personaggi chiave, portavoce della ricerca della verità, come lo sono il commissario ed il suo collaboratore, amati dal lettore fin dalla prime pagine che quasi si immedesimano per grande empatia suscitata, intelligentemente lascia che ciascuna vicenda accada senza di loro. I protagonisti stessi, accadono ogni volta che a piccoli passi agiscono, riuscendo ad essere fedele alla realtà, in un iter poliziesco complesso.

Alessandro, in questo romanzo ancora di più, sa farci intuire che ciò che accadrà sarà qualcosa di auspicato, ma quale scrittore, sa anche incantevolmente regalarci quel senso di attesa necessario e la rincorsa sapiente verso la ricomposizione di un puzzle, senza ironicamente dimenticarsi, però, che la vita ci riserba sempre ingegnose sorprese: la giustizia forse ha veramente grandi braccia e grande voce, tanto da riassorbire quello che l’umano infine, non sarà mai in grado di fare. E noi, come esseri umani, siamo chiamati a interagire dentro quella grande voce, a sperare e a ri-credere come uomini, quel senso perduto della giustizia.

L’autore ci mostra che l’elemento sorprendente della vita, va oltre qualsiasi appianamento dei fatti ed esce completamente fuori dalla nostra portata, dalla sfera dell’azione umana: la beffarda bellezza della vita, si dirige magistralmente solo dove essa sa condurre, nel bene e nel male. E Chissà che non sia anche la nostra più intima preghiera.

 

Adua Biagioli Spadi@diritti riservati


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