NELLA CARNE E NEL SANGUE RUGGE UNA MADRE – Rossana Oriele Bacchella

NELLA CARNE E NEL SANGUE RUGGE UNA MADRE – Rossana Oriele Bacchella

 

Struggente, onesto fin dal primo verso, quel verso limpido che l’autrice stessa osa mettere in dubbio, proprio come si fa con le cose a cui teniamo da dentro e profondamente. Fin dal primo passo, dalle prime mosse, dal primo respiro e oltre il parto, così ci narra Rossana Oriele Bacchella alla luce di questa sua luminosa raccolta  dal titolo “Nella carne e nel sangue rugge una madre” edito da La Vita Felice.

Un nodo ci lega alle madri, forse quell’oasi del seno a cui dovremo eternamente essere grati. Il libro apre con una sezione che prende il nome da una poesia interna a questa parte della raccolta, “Nel camminare in tondo”, che porta in sé il passo e il ritorno oltre che, così come sottotitolata, il richiamo al fatto-mito della madre e di tutto quel dolore e terrore compiuto oltre il tempo. Solo la poesia è in grado di richiamarci e dichiarare al mondo quello che siamo diventati e diventate, noi, donne e figlie di donne, di madri che ci hanno difese per affrontare la personale sfida della vita, consapevoli e inconsapevoli di amore ricevuto e reso, da quando eravamo piccole note sconosciute nel suo grembo e oltre, quando la terra impatta con il destino che il tempo tocca l’uomo, restituendoci il profumo di quel sentimento traboccante, che ora è stato luce, ora è futuro zampillante di esistenza e anima.

Sì, c’è un uso forte di ‘cuore’ nel libro balsamico di Bacchella, ma la tenerezza di quel sostantivo è lasciata al mistero del poi, non alla descrizione di un momento che fu. Il dolore che si prova è il dolore condiviso, un dolore antico, mitico, dal quale traspaiono gli atti tipici e sempre attuali di chi ha vissuto l’amore materno come essenza e dunque quella sorte che l’autrice richiama anticamente attraverso il volto della Moira. Un amore grande, tanto grande da essere legato ai tempi e da legarli tutti, quell’amore che, scrive l’autrice “prima t’abbarbica..e poi t’ abbandona in una notte scura”.

La ricorrenza di soffermarsi sulla riflessione tanto cara al testo poetico, che si fa sul tempo, percepito nel suo scorrere necessario e indelebile, denota attenzione all’ascolto di quel fluire, così i versi ci illuminano sulla necessità di fermarsi a capire che quello che sarà futuro non è che il nostro passato, e viceversa, come tanta grecità ci narra in un contesto ampio e legato a diversi saperi conoscitivi. Si tratta dell’alfabeto delle origini, l’unico che possa rendere luce sul mistero dello stare in terra, che poi è l’apertura alla seconda parte del libro intitolata “ Senza alfabeto (stance celate)”. Si entra qui nella raggiera delle domande che tutti ci facciamo nei momenti più tormentosi della nostra vita, quando vogliamo cogliere quei punti oltre i quali decidere di andare e attraverso i quali ricordarsi chi siamo state: Chi entra nel vuoto abbandono, farà ritorno? Come guardare ciò che di più nostro portiamo nascosto? Quale l’imprinting che ci è stato dato e donato per essere? Dove risiede, dov’è incisa l’imprinting profonda che genera il nostro nome e che conserva la cura di noi? Nel bacio unico della madre o nelle sue stesse mani che tutto danno e tutto tolgono?. “Eppure, dopo di me/nessuno proverà/la culla delle tue braccia”, l’autrice attraverso il linguaggio è in grado di sedurre il tempo e porre il proprio imprinting sul futuro che sarà quello dell’eredità stessa.

La terza parte del libro parla di luogo ed è concatenata alla seguente sezione,  “Con-tatto (ad Ariel)” che vuole ridefinire e ricucire l’abbandono in una sorta di perdonarsi doloroso ma necessario e pacifico.

Un luogo particolare che prende il titolo di “Il nocciolo molle (alla bambina senza nome)”: Il luogo della sorpresa di chi nasce e di chi dona vita alla vita. Veniamo al mondo sognati/e al Sogno torniamo, scrive l’autrice in “ Cucire sillabe (all’incontro)” quella sezione che vede il ritorno da dove tutto è inziato, infine, da un caos originale, fino all’ultima parte del libro, “Senza simboli da decifrare (ai frutti)”, che è quella decisiva in cui ciò che resta non è che la scoperta di se stesse, quasi un mistero, un segreto, quelle briciole di sapere  intrise in amore di madre matrioska  nel tempo, come definisce la poetessa l’essere madre a sua volta, dopo tanto indagare  nel mistero della maternità così come in quello di essere figlia nata da luce e per questo, dunque, grata al mondo e alla pienezza raggiunta della maturità.

La poesia non è solo qualcosa che si legge, ma qualcosa che si impara , che si apprende piano, che entra a far parte della nostra personale essenza quotidiana, che ci libera dai noti irrisolti e se ci sono versi che restano in ciascuno di noi, quali lettori e pensatori sensibili che siamo, lasciandoci sorprendere dalla parola evocativa, quelli che mi piace ricordare di questo bellissimo libro di Rossana Oriele Bacchella, non possono essere che questi, che fanno una sintesi d’amore e di carne: che “ogni gioia/si concede al buio delle stanze/dove ti conduce Amore”.

 

Adua Biagioli Spadi


Lascia una Risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>