“LE COSE DEL MONDO” – RACCOLTA POETICA DI PAOLO RUFFILLI

E’ proprio il caso di dirlo, tutte le cose ci guardano e tutte le cose l’uomo sa guardare ne “Le cose del mondo”, il nuovo libro di poesie che ha chiamato dal luogo solitario della letteratura poetica, l’autore contemporaneo Paolo Ruffilli a narrare, in chiave direi illuminante e moderna, complessa, talvolta ironica talvolta intrisa di una naturale malinconia e profondo amore per l’esistenza, quella articolata carrellata di temi che racchiudono i fatti, le azioni, le visioni umane legate inevitabilmente alle cose di questo nostro mondo. Un libro dalla lettura affatto semplice e allo stesso tempo lucente nel suo porsi   così chiaro, mai slegato da una logica raffinata e realistica, dovuta all’effetto chiave della presa robusta del verso, e attraverso esso, con accenni susseguenti di rime e assonanze accostate tanto elegantemente da condurre il lettore nel proprio luogo e nel proprio tempo, tra presente, futuro e passato. Il libro è diviso in capitoli (nell’atto di partire/morale della favola/la notte bianca/le cose del mondo/atlante anatomico/lingua di fuoco) capaci di collegare e unificare una visione di insieme sulla vita e su un preciso percorso esistenziale. Un sentiero vero e proprio che si allarga e diventa un viaggio, in cui l’autore si fa narratore e allo stesso tempo colui che ascolta e impara, insieme ad una accennata interlocutrice a cui spesso l’io si rivolge verso la quale diventa consigliere dell’esito di quelle lezioni apprese in campo vitae, a seguito di un’esperienza lunga nei cunicoli più misteriosi dell’esistenza. Un libro del quale si assaggia chiaramente l’alta gestazione (frutto di elaborazione quarantennale). L’Atto di partire è la prima cosa che ciascun uomo compie cercando di conciliare se stesso, l’interno con l’esterno, una riflessione in chiave poetica di considerazioni e possibilità equivalenti alla pura realtà delle cose. La logica umana diventa il motore per esplorare le connessioni tra realtà e interiorità, toccando quei momenti che sono i nostri, i nostri spostamenti, il nostro sentirsi finalmente “a casa” ritrovati con il mondo nella sua totalità dopo un perdersi necessario, che ci vede cambiati: talvolta ci siamo messi in moto nell’illusione di trovare chissà che cosa, inseguendo “la propria figura smarrita”, perché questa è la nostra natura e come scrive il poeta, alla fine “…scoprendo che la vita ci precede/nel mentre stesso che rimane indietro…”.

Non può sfuggire la visione che il poeta ha del mondo né come ce lo narra, e per capire il legame tra le parti di questo immenso viaggio nell’interiorità, occorre entrare nel capitolo La lingua di fuoco”, posto alla fine del libro, che racchiude gli altri che lo precedono: il mondo per l’autore è l’universo “a diversi gradi di verbalizzazione/è costruzione simbolica del nome”, un bacino grande che aspetta nell’assenza/ciò che fluttua../senza forma né contorni, il mondo ha un’anima e una sagoma, è lo spiraglio della riconquista, l’archetipo matrice, il riconoscibile all’occhio dentro l’astrazione e tutto racchiude e tutto ricompone nella sua grande logica, che fa del tempo il perno su cui tutto procede e gira. Il tempo è un grande utero, tra melme, musica, ritmo, humus dove il vasto campo di tutte le cose si contende quel momento fondamentale di possibile rinascita e futuro, così come ci dice il poeta “..le cose vive hanno radici lunghe/che pescano sempre nelle cose morte/ciò che rinasce puro si trasforma/prolungandosi, nella speranza del futuro…”.

 

Tra concetto di mondo e concetto di tempo, quello che è interessante e che non può non saltare all’occhio del lettore attento, è il rapporto che c’è tra poeta e parola: nella raccolta di Paolo Ruffilli si ascolta l’esondazione della parola, quella stessa “lingua di fuoco a rompere il silenzio”, quella informa e forma insieme che dalla base primordiale esce come soffio dalla profondità dalla quale la parola stessa fiorisce facendo fiorire le cose: la parola ha filamenti lunghi e sola riconosce e nomina ogni cosa, sa darle un nome, una chiamata dal di fuori, per quanto le parole possano vacillare, cadere, scivolare in un moto naturale, esse spingono dal buio e riemergono alla luce trascinando tutto. La chiamata della parola è la chiamata del poeta dal silenzio, a rivelare il linguaggio, il necessario, la capacità di rendere senso e splendore, anche a ciò che ci resta incomprensibile perché privo di forma definita: la parola riformula il tutto e l’inconcepibile, una volta pronunciata crea stupore e parvenza, nudità e concetto. Ecco che possiamo capire dal linguaggio il senso del bene e il senso del male, via, ferita e morte e così via, ogni umano senso assetato di libertà e di verità. Non a caso nel capitolo “Le cose del mondo”, si apre quello spazio al tatto delle cose e al loro stesso nome: si rilancia il perdurare di ogni cosa, della materia, a dispetto di quanto non accada invece a quella umana. Le cose esistono, hanno un loro perché, una “posa”, come dice Ruffilli, e un ingombro per legge della fisica, occupano cioè quello spazio che riempie l’occhio e ne scaturiscono sentimenti. La natura umana è agita dalle cose, e allo stesso tempo agisce su di essa nella misura in cui, o per istinto o per desiderio, la si voglia toccare, provando il sapore della materia e il senso dell’appartenenza.  Alle cose vogliamo dare un nome e loro stesse ci impongono di farlo, per riconoscersi e far sì che noi stessi ci riconosciamo nella nostra natura umana: questo è l’aspetto affascinante della raccolta a completezza del nostro interagire con il tempo, con lo spazio, con la misura, con la cosa e il sentimento ed il ricordo. Ma c’è di più nelle cose del mondo che ci chiamano dativamente a pronunciarle, imprigionate nella loro composta esistenza e presenza trovano posto nel nostro immaginario: la cosa diventa simbologia e lessico e va oltre la semplice descrizione che se ne possa fare. Ruffilli ci narra le cose, ce le fa visitare con i nostri occhi e il nostro vissuto, una ad una: trovano spazio e rilievo tutti gli oggetti, e trovano il loro peso dentro di noi: si pensi all’oggetto-anello: una cosa che si attacca e che circonda il dito così da divenire termico, caldo, necessario, ricco di cromatismo e di simbologia che noi stessi ci portiamo dentro. Esso “stringe un patto/è vincolo tratto tondo/specchio/fedeltà/promessa/richiamo di infinito”, incanta e colora nel suo essere astrattamente cosa muta e allo stesso tempo urlante nella sua circolarità e nel segno suggellante il verbo dell’indossare, dell’incastro, e della catena potente.

E così le cose del mondo: vorrei terminare in questo allaccio l’analisi di una raccolta tanto originale e vera, proprio con uno dei testi ivi inseriti, restando in attesa di un mondo nuovo, migliore, un mondo tanto cambiato da un anno a questa parte, che ci tiene costretti e imprigionati in una apparente staticità che muta è tipica delle stesse cose, di tutte le cose, quasi si volessero a noi accomunare e che per noi, ora sono ancora più importanti nella loro astrattezza e nella nostra ricerca dell’essenzialità.

Adua Biagioli Spadi@diritti riservati

 

 

Eccolo, il nome della cosa:

l’oggetto della mente

che è rimasto preso e imprigionato

appeso nei suoi stessi uncini

disteso in sogno, più e più inseguito

perduto dopo averlo conquistato

e giù disceso sciolto e ricomposto

rianimato dalla sua corrosa forma e

riprecipitato nell’imbuto dell’immaginato.

 

da “Le cose del mondo” – Ed.Mondadori

Raccolta poetica di Paolo Ruffilli

 

 

Nota sull’autore:

Paolo Ruffilli è presente nelle maggiori antologie degli ultimi decenni. Tra i suoi libri di poesia : Piccola colazione (1987), Diario di Normandia (1990), Camera oscura ( 1992), Nuvole (1995), La gioia e il lutto (2001), Le stanze del cielo (2008), Affari di cuore (2011), Natura morta (2012), Variazioni sul tema (2014). Traduttore e curatore di classici italiani e inglesi, è anche autore di narrativa e saggistica. Il suo sito è www.paoloruffilli.it.

 

 

 


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