L’Acchiappasogni – Romanzo di Maria Luperini

acchiappasogniBuongiorno a tutti, oggi abbiamo in rubrica Maria Luperini, autrice e artista, che ringrazio e a cui rivolgo alcune domande:

 

Buongiorno Maria, come stai? Ho avuto il piacere di acquistare il tuo ultimo romanzo “L’acchiappasogni”, edito dalla casa editrice ‘I Sognatori’. Un titolo che mi ha incuriosito da subito e allo stesso tempo mi ha entusiasmata. Perchè questo titolo al libro, che cosa ti ha ispirato, ha a che fare con un giallo?

 

Maria: Buongiorno. Grazie per aver acquistato il libro. Mi fa piacere che ti abbia incuriosito. L’acchiappasogni del titolo è l’amuleto con cui gli indiani d’America scacciano gli incubi notturni. L’ho usato perché uno dei protagonisti del mio romanzo lo porta tatuato sul braccio. È appassionato della storia dei pellerossa e, nello stesso tempo, è un ragazzo oppresso dai propri incubi interiori, è un orfano di Srebrenica, ha trascorso parte dell’infanzia in un istituto. Inoltre, ho voluto attribuire a questo titolo un’altra valenza, che fa riferimento alla mancanza di sogni dei giovani d’oggi, dovuta all’egoismo sociale e ai tempi bui che sono costretti a vivere e che, appunto, gli rubano i sogni.

 

In questo libro si parla dei giovani, delle loro paure, dei sentimenti, delle passioni, ce ne vuoi parlare?

 

Maria: Come dicevo, l’attuale società occidentale non è tenera con i giovani. I problemi della scuola, del mondo del lavoro, della mancanza di ideali forti sono sotto gli occhi di tutti, se ne parla un po’ ovunque. Da un lato, determinano una forma di depressione che può portare al suicidio, come purtroppo accade spesso. Dall’altro, conducono all’adesione a forme di ribellione violenta e all’estremismo religioso, soprattutto in chi si sente emarginato o escluso per motivi di diversità sociale.

 

Dare spazio alla fantasia, ti ha fatto perdere in qualche maniera, un certo contatto con la realtà, oppure questa ne è risultata rafforzata? Quanta fantasia e quanta realtà, toccano il tuo romanzo?

 

Maria: In questo romanzo la fantasia è perfettamente aderente alla realtà. Può sembrare una contraddizione, mi spiego meglio. L’idea di raccontare i giovani  d’oggi è venuta dai fatti con cui sono venuta in contatto in questi ultimi anni. Ho avuto modo di conoscere l’ambiente universitario viennese, che la mia seconda figlia ha frequentato per tre anni, e ho registrato tutte le pulsioni e le sofferenze che lo animavano. Inoltre, mi ha fortemente impressionato la lettera lasciata da un giovane suicida, laddove si parla di morte dei sogni. Si legge, in quella missiva: “Questa generazione si vendica di un furto, il furto della felicità” e ancora: “Non è assolutamente questo il mondo che mi doveva essere consegnato e nessuno mi può costringere a farne parte”. Sono parole impressionanti. Purtroppo, le intuizioni hanno avuto tragica conferma negli episodi di violenza, anche terroristica, che si sono succeduti in questi ultimi anni. In questo senso, mi sento di dire che la fantasia spesso descrive la realtà prima che accada.

 

Che cosa ne pensi dei sogni? E in particolar modo dei sogni dei ragazzi, quelli di oggi e quelli di ieri, e come vedi il futuro nella prospettiva offerta attualmente? Ci fosse un aggettivo giusto per individuare il futuro, come lo definiresti, da poetessa e scrittrice quale sei?

 

Maria: Come faccio dire a Francesca, la protagonista femminile più matura, i ragazzi hanno necessità vitale di un “imperativo futuro”, di qualcosa cioè che li costringa a sperare, vivere, andare avanti. I giovani hanno bisogno di sentirsi rispondere di sì quando sono propositivi. Purtroppo, attualmente nella società occidentale prevale l’egoismo dei vecchi. Abbiamo costruito un mondo governato dal consumismo e dalla tecnologia, in cui c’è poco spazio per i sogni, non solo per quelli dei giovani. I sogni, per essere tali, devono staccarsi da terra, devono indicare una strada ideale “alta”. Una volta c’erano i grandi ideali politici, la fede cristiana, i grandi movimenti artistici a infiammare i giovani. Ora non resta più nulla. Gli ideali sono ridicolizzati. Già a livello scolastico si tende a cancellare quelle materie che sono considerate inutili, perché non immediatamente produttive. Un aggettivo per il futuro? Quello immediato, vuoto. Quello un po’ più in là, rivoluzionario.

 

Oggi si parla di resilienza, di felicità, di elargire gentilezza nella vita quotidiana. Che cosa ne pensi tu di questi tre concetti, della felicità, dove pensi che risieda? Qual è il consiglio che ti sentiresti di dare ai giovani? E quello che ti sentiresti di dare agli adulti?

 

Maria: La resilienza è un concetto positivo, ma appartiene più al mondo degli adulti. Ha bisogno di una certa consapevolezza. Invece la felicità è dei giovani. Tutti sono proiettati alla ricerca della felicità. Il problema sta nel modello di felicità che viene proposto nell’educazione. Oggi si tende a limitare la felicità al possesso, si fa credere che si può essere felici solo possedendo qualcosa. In particolare, si indica cosa è necessario possedere per essere felici, molto spesso anche come bisognerebbe essere. Ciò è sbagliato. Si dovrebbe invece insegnare ai ragazzi a riconoscere la felicità nei momenti della propria vita in cui incontrano le altre persone. Bisognerebbe ascoltare con attenzione le loro necessità e fargli comprendere le scelte giuste per loro, quelle che li valorizzano. Una persona è felice quando vive secondo la propria natura, quando sa di essere comunque adeguata, nel rispetto degli altri. Quello che possiede è solo un corollario, ma non è la causa della felicità.

 

Tra i personaggi di cui parli nel tuo ultimo romanzo, qual è quello, se c’è, che si avvicina di più al tuo modo di essere e qual è quello che se ne discosta di più? Ci sono personaggi particolari che lasciano in qualche maniera un segno, nel risvolto del libro?

 

Maria: Sicuramente il personaggio che mi somiglia di più è Francesca, ma in realtà non mi identifico in lei. Di solito, ci sono frammenti di me un po’ ovunque nei miei libri, ma non esiste un personaggio uguale a me. Quello che si discosta di più è sicuramente Michele, tuttavia non posso dire che qualcosa di me non ci sia anche in lui. Credo che il segno, in questo libro, lo lascino un po’ tutti. Ognuno rappresenta un modo diverso di fuggire dal vuoto che ci circonda. Potrei forse citare Giulia, la ragazza suicida. La conosciamo attraverso le parole degli altri, ma credo che il suo dramma accomuni un po’ tutti e faccia ombra sulla vita dei suoi giovani amici e degli adulti più di altre cose.

 

Quanto ti appassionano l’intreccio e la ricerca dei tuoi personaggi, come nascono e come nasce l’idea che mette in moto tutta la concatenazione della storia?

 

Maria: I personaggi li trovo nella vita di tutti i giorni. Li incontro per caso, attirano la mia attenzione attraverso fatti di cui vengo a conoscenza o, come dicevo prima, intuizioni, cose che immagino e ricostruisco aldilà degli atteggiamenti delle persone. In realtà, è un intero mondo, un’intera situazione che mi colpisce e mi ispira. Di solito, si tratta di situazioni su cui invento una storia con lo scopo di colpire gli altri, i lettori, così come sono stata colpita io. Le mie storie devono servire a far riflettere su cose che ritengo importanti.

 

Stavo pensando ai nostri tempi, a tutte le problematiche che ancora attualmente ci sono e coesistono nel nostro paese, come quella dell’estremismo, di cui tu parli, ma anche ad altre realtà. Paolo Borsellino, giudice che tutti ricordiamo, ci ha lasciato una bellissima frase che dice che ‘ è normale che esista la paura, in ogni uomo, l’importante è che sia accompagnata dal coraggio’. Che cosa ne pensi di questo? E delle paure che ci attraversano? Quanto la nostra realtà influisce nel tuo romanzo?

 

Maria: Conosco la frase del giudice Borsellino che tu citi. Il problema è che nella società attuale, così come la vedo io, è rimasta solo la paura, aldilà dei proclami d’intenti. Perché il coraggio lo trova solo chi ha un ideale solido alle spalle. E ritorniamo a ciò che dicevo prima, la causa di tutti i problemi è la mancanza di un ideale, di una fede, di un sogno da realizzare, sia personale che sociale. In questo vuoto la paura non è salutare, non è il naturale istinto di autodifesa, ma è invalidante, è la resa al nulla. Nel romanzo la paura, questo genere di paura, è il personaggio nascosto che attraversa tutta la storia e determina lo sviluppo delle vicende narrate più di ogni altro.

 

Toccando il tema degli estremismi e delle religioni, se ti dovessi sentire in una precisa posizione, rispetto a quelle assunte dai giornalisti e scrittori che ricordiamo, Tiziano Terzani e Oriana Fallaci, dove ti sentiresti di essere? Secondo te quale potrebbe essere, in merito alle tematiche, una direzione ideologica che offre chiarezza e rilancia slanci ideali offrendo ai giovani nuove chiavi di crescita personali e collettive?

 

Maria: La solidarietà. Ha sempre accomunato persone sinceramente credenti e idealisti laici. È l’unico atteggiamento costruttivo che possa garantire un futuro. L’ascolto degli altri e la solidarietà. La stessa felicità, di cui dicevamo, trova la sua base in questo. È fondamentale che venga insegnato ai giovani, perché trova sicuramente un terreno fertile nel loro animo naturalmente portato a queste cose. La cosa che più mi ha colpito, nell’ambiente universitario viennese, è stato questo stringersi l’uno all’altro per darsi sostegno tra studenti fuori sede, costretti ad affrontare le stesse difficoltà lontani dalle famiglie. Nel libro l’ho sintetizzato nella cura della piantina di basilico.

 

Una domanda correlata agli aspetti che escono dal tuo romanzo: secondo te, l’Occidente, quanto riesce a comprendere L’Islam e come vedi la realtà dell’Isis?

 

Maria: Non è semplice rispondere in poche parole. L’occidente, a mio parere, non comprende ciò che è diverso dal suo modo di essere, perché ha rinnegato la tradizione cristiana e filosofica delle sue radici. Basterebbe confrontarsi, senza avere la pretesa di comprendere. La comprensione arriva dopo, deriva dall’ascolto. Invece la realtà dell’Isis è la violenza e credo che sia destinata a perdere, come sempre nella storia. Ma ciò che ritengo pericoloso è l’alternativa che questo estremismo offre al vuoto dell’Occidente. L’Isis offre un ideale per cui combattere, fino al sacrificio della vita. E ciò che combatte è appunto la disumanizzazione della realtà consumista. Purtroppo è proprio ciò di cui sentono il bisogno i giovani e che noi non siamo più in grado di proporre.

 

Tornando alla creazione del romanzo. Qual è il romanzo che ti è piaciuto di più scrivere e a quale ti sentiresti più legata e coinvolta? Com’è maturato il tuo percorso da scrittrice?

 

Maria: I romanzi che mi è piaciuto scrivere sono quelli del ciclo sul binomio scienza-fede, cioè “La corte del glicine” e “Oltre mare”. Ci tengo per motivi ideali, in essi ho sviluppato la mia idea di difesa della vita. E “L’acchiappasogni”, che mi ha emotivamente coinvolto moltissimo. Quando l’ho finito e l’ho riletto, mi sono venute le lacrime agli occhi.

 

So che tu hai scritto anche poesie e racconti. E so che sei anche un’artista. Qual è il genere letterario che ami più scrivere? Quale il tuo genere pittorico e artistico e quanto la tua arte pittorica può influire con ciò che scrivi?

 

Maria: Amo scrivere storie, quindi preferisco i romanzi, che sono più lunghi e mi consentono di sviluppare le vicende in profondità. Scrivo poesie quando devo dire per immagini. La poesia è come un dipinto. Amo l’arte figurativa, adoro usare i colori a olio. Mi piace in particolare dipingere l’essere umano, inserito in un contesto naturale o fantastico. Non riesco a dipingere e a scrivere contemporaneamente, di solito se scrivo non dipingo e viceversa. Se devo scrivere una storia la stesura del testo mi assorbe completamente. Tuttavia mi dicono che alcune descrizioni nei miei libri sono pittoriche. Sicuramente l’occhio con cui guardo la realtà influenza tutte le mie espressioni, sia artistiche che letterarie.

 

Un’ultima domanda: ci sono progetti futuri? Ce ne vorresti parlare?

 

Maria: Sto lavorando a un nuovo romanzo sul talento e su ciò che si è disposti a fare per il successo artistico. È un intreccio di storia passata e mondo d’oggi, ci sono Paganini e i suoi contemporanei, ma anche personaggi del nuovo millennio e un po’ di misticismo. Vorrei raccontare una storia su cosa significa l’arte per chi la fa e chi ne fruisce, e se si possa raggiungere la felicità attraverso la realizzazione del proprio talento.

 

Ringrazio Maria Luperini per le risposte che ha accettato di rilasciare, tra l’altro bellissime ed esaustive e la saluto di cuore, in attesa di nuovi progetti letterari.

 

Maria Luperini, vive e opera a Genova. Dedita all’arte, ha partecipato a mostre collettive e personali, già autrice di romanzi e poesie tra cui:“Gli spiriti di Glozel”, Montedit 2004; “Poco meno degli angeli”, racconti, Liberodiscrivere 2008; “Verrò a passeggiare i ricordi (nei vicoli di Genova)”, poesie, Liberodiscrivere 2009; “La corte del Glicine”, romanzo, Aracne 2010; “Gli occhi azzurri di mia madre”, romanzo, Sacco 2011; “Oltre mare”, romanzo, I Sognatori, 2014; ultimo, e non ultimo romanzo “L’acchiappasogni”, I Sognatori, 2017.

 


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