“La venatura della viola” – Poesie di Rita Pacilio

la-venatura-della-violaLa venatura della viola”, raccolta poetica edita da Giuliano Ladolfi Editore, è il recente lavoro di Rita Pacilio, poetessa amata nel panorama letterario contemporaneo, non solo per i suoi libri, ogni volta rivelatori del suo pensiero, ma per quell’uso ricercato della parola poetica che sorprende e incanta, mai banale e non usuale, sempre nuovo ma stilisticamente riconoscibile al suo mudus stilistico, che poi è il motivo per il quale alla fine della lettura di un libro di Pacilio, scopriamo che non ci basta accontentarci di una prima lettura. Una poesia che restituisce, anche in questo caso,  gli interrogativi e i paradossi della nostra contemporaneità, cercandone lei stessa, senso e risposta, provando a tracciare “una virgola” che vada oltre l’apparenza, affidandosi, e questo è il caso, all’humus-vita in cui le cose fragili, ma indispensabili all’anima sensibile, crescono e si allargano.

La poetessa, attraverso componimenti  brevi e incisivi, assume a simbolo delle cose esili, un fiore a noi noto, la viola, che ha la particolarità, non solo di esistere in una ricca varietà di specie, ma anche quella di rilanciarsi e di richiamarsi, con identico corredo genetico, a quello della pianta madre, da cui essa stessa ha origine. La viola, in sostanza, nasce e muore ai piedi della pianta-madre e gli stessi suoi semi, sono in grado di germinare ai piedi della ‘madre’: la viola sembra fare quello che noi, come specie umana, non siamo più abituati a fare: essa non dimentica l’essenziale, l’origine, quello che noi troppo spesso dimentichiamo tutti i giorni.

Siamo nati in un luogo fortunato, è vero, per almeno molti di noi. Ma questo è anche il luogo in cui percepiamo la nostra colpevolezza, perché questo è il posto che ospita ciò che noi abbiamo modellato: le rovine e i crolli, le cose chiuse e i porti, chiusi. L’atteggiamento consuetudinario finisce per danneggiare quella che è l’origine della cosa, il suo stare al mondo, così come finiscono per essere danneggiati anche l’origine della parola, del linguaggio e del sentimento.  Potremmo essere ricchezza grande, se facessimo di ciò che ci è stato donato di utile e importante, la nostra vera grandezza da difendere. Ma noi non siamo così bravi, noi troppo presto dimentichiamo, anche solo per incuria. La bellezza così, tocca un culmine, e anche un tramonto diventa povero, perché è la sua origine che viene dimenticata, e così quella dell’essenza del bacio, che non ricordiamo più, così come quella della sabbia o della conchiglia. Siamo tutti giganti bravi a urlare, a offenderci, a spiattellare la nostra unicità o il nostro narcisismo, siamo noi, a renderci poveri tra noi alla berlina del mondo: con grandi megafoni gridiamo la povertà del nostro popolo.

Non siamo neppure in grado di raccogliere silenziosamente la discrepanza che c’è tra noi e tutta la bellezza del creato: le apparenze, i pregiudizi, gli orgogli, contano, la mancanza della cura. Si è innescato un sistema decadente in una contemporaneità che ci vive e che ci mangia, parassitaria, in quanto non siamo noi, ad agire per noi.

La povertà filtra nelle passioni, nell’amore, nelle parole che invece vorremmo sentirci dire ma che si cuciono nella bocca, filtra nella compassione, parola ormai rara e preziosissima,  quasi che “amare fosse diventato peccato”. Non sappiamo più volerci bene, in questo stare al mondo, che come suggerisce la poetessa, ormai sembra “un corpo devastato”. E’ più facile, per noi, stare a guardare con rassegnazione gli eventi e ciò che decade, fino a sentire, dentro, quella malinconia del trascorso che diventa incolmabile.

La poesia però, è capace di indicare ancora una parola, una direzione, una strada da percorrere, se leggiamo, sentiamo, ascoltiamo. Forse, la soluzione che questo libro così candido e vero sembra suggerirci, sempre volta a una speranza che con forza si ricompone, la si potrebbe trovare in un atto semplice, nel guadare noi stessi in trasparenza e raccogliere la fragilità delle viole tra le mani, come scrive Rita Pacilio, quei fiori che cospargono e vivono il mondo delle nostre mancanze e delle nostre memorie, perché le cose più vere hanno il compito segreto di ricordarci quanto era e quanto può essere ancora bello, il mondo, se ci abbandoniamo alla saggezza di ciò che è necessario, se ci affidiamo al sentire, restando quello che siamo, poveri o ricchi che sia, ma almeno degni di un rinnovato senso di umanità.


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