LA GRANDE BELLEZZA – SORRENTINO – OSCAR 2014

 

“Quando sono arrivato a Roma, a ventisei anni sono precipitato abbastanza presto, senza rendermene conto, in quello che si potrebbe definire, il vortice della mondanità. Ma io non volevo essere semplicemente un mondano, volevo diventare il Re, dei mondani. Io non volevo partecipare alle feste, volevo avere il potere di farle fallire.”

Queste le parole di Jep Gambardella, protagonista del film eccezionalmente interpretato da Servillo, quarant’anni dopo, nella stessa Roma vissuta, piena dei suoi fasti, della sua bellezza immortalata nei palazzi, nei suoi scorci, nelle sue fontane, nel Trastevere, nelle acque, nei suoi monumenti e nelle sue strade. Tutta resa ancora “più bella del bello”, perché investita e cullata nell’abbraccio caldo, struggevole e malinconico dell’Estate.

Ed in quelle parole, c’è proprio tutto il senso di una vita trascorsa, seppur nell’inconsapevolezza della giovinezza, alla rincorsa di un qualcosa che l’uomo ordinario, a più di mezzo del cammino della sua vita, inevitabilmente tornerà a chiedersi. Il riavvicinamento all’essere che non si spegne, che non smette mai di essere giovane dentro, come il cuore. Il voler ritornare ad un qualcosa di superato ma sempre vivo, alla bellezza vera, all’unicità di un amore che si trova forse una sola volta e che magari, ci abbandona senza motivo.

Quello che resta del potere di voler far pure fallire la più grande delle feste, è il rendersi conto invece di quanto l’uomo non possa farlo. Il rendersi conto, un giorno, che la vita fa il suo corso, che la tristezza ed il fallimento, fanno pure parte della vita, spesa all’insegna di un successo e di un divertimento mai realmente pago dell’anima.

Inevitabilmente, un giorno ti accorgi che hai passato in rassegna la fine della vita delle persone che ti hanno accompagnato, degli amici, di coloro che hanno segnato nel cammino, proprio la tua. E dunque, il minimo che si può fare è portare sulle spalle il feretro dell’uomo, anche del più ignorato, accompagnarlo al sommo grado perché tu, sei pur ora al di sotto di lui, sotto a quel cielo di verità a cui tutti siamo destinati.

E sempre più solo, insieme al peso degli errori e delle solitudini.

“Cercavo la grande bellezza”, dice Gambardella alla fine del film. E si accorge che la vita, lascia sabbia sugli occhi, fino a ripulirli solo alla fine. La vita è un susseguirsi di scalini, uno dopo l’altro, ed è faticoso salire in cima fino all’ultimo e spiccare quel volo, fino a baciare Dio. Ce la fa solo chi ha capito una grande verità ed una grande bellezza, che ha vissuto in nome della povertà.

Quella verità che non sta nell’effimera forma e nei vani tentativi di rendere il proprio volto perennemente giovane od il proprio corpo, abbellito da sontuosi e lussuosi abiti mondani. Tutto il valore della vita sta nelle radici, come dice la vecchia Santa: le radici dell’esistenza, sono la cosa più importante, poichè nutrono mente e corpo anche quando il corpo più non ce la fa.

Il resto, è solo “sedimento”, abbaglio, trucco, tristezza. Sotto il grande ed inutile sfarzo, si depositano la tristezza ed il chiacchiericcio dell’uomo, il rimasuglio del vuoto dei suoi silenzi, la paura e la fragilità delle sue emozioni.

“..gli sparuti e incostanti sprazzi di bellezza e poi lo squallore disgraziato e l’uomo miserabile..”

 

  Adua Biagioli                                                                                                                                                      Riproduzione riservata


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