Il lavorio psicologico-teatrale di un’esperienza che è vita “Come fosse giovedi” – di Michele Paoletti

Il lavorio psicologico-teatrale di un’esperienza che è vita “Come fosse giovedi” puntoacapo Collezione letteraria- di Michele Paoletti

Recentemente ho conosciuto la forte gentilezza poetica di Michele Paoletti, la sua lirica concettualmente densa, poesia di tutti, spettatori e attori che siano, ma tutt’altro che di facile lettura. Si tratta di testi in cui il poeta, nella sapiente ricchezza espressa nei versi, accetta il male dell’esistenza e il dolore, consapevole della ripercussione di quest’ultimo sull’io-anima poetica, la quale risente sì, della solitudine che lo investe e talvolta lo attacca, ma pur sempre in un ‘dialogo’ tra anima stessa e inganno. Dialogo volto al raggiungimento dell’equilibrio atteso, dell’umano senso del bisogno di ritrovarsi, recuperarsi e recuperare il quieto essere, anche e proprio attraverso quegli atti e quegli atteggiamenti che fanno parte della quotidianità, dei riti di sempre. 

Al contrappeso del veleno ingannatore esterno si misura, dall’altra parte, un’azione di difesa allargata, teatralizzata dal senso dell’azione del tragico che primeggia, rendendo protagonista la creatività del verso, gli eventi, i fatti e i contenuti delle liriche. Questi ultimi, tendono ad acquistare il senso di realismo e di tragico verismo che è proprio della vita, dello scandirsi dei giorni e del loro ‘calendario’ che ci costringe, anche inconsapevolmente, a cambiare e a sorridere di ciò che è stato, nel bene e nel male.

Da un’attenta lettura dei testi, quelle di Paoletti, si potrebbero definire poesie concentrate e centralizzanti, nella loro mantenuta complessità all’interno della brevità, permeate dal tema dell’esistere, metaforizzate al punto che ogni verso, preso da solo, avrebbe già bisogno di una propria nota esplicativa, ‘poesie concentriche’ che dall’esterno si dirigono al fulcro, convergono al nocciolo del tema che si vuole evidenziare, il male d’esistere, quello in cui occorre starci fino a oltrepassarlo, per raggiungere un equilibrio stabile, una rassicurazione consapevole. Ma perché ciò accada, occorre passare e superare un percorso in cui ‘essere’ e ‘umani errori’ si scontrano, fino a intaccare la stratificazione delle emozioni, dal rimorso, alla rabbia, alla sconfitta, al sapersi infine ingannato.

Un sentirsi vivere e un ribadire, che la ‘perfezione’ non esiste e che l’uomo non può che ritrovare la sua linearità, il ‘rettilineo’, citando un verso del poeta, se non che lottando e dialogando allo stesso tempo, sia con le proprie debolezze e fragilità, sia con il mondo circostante,  che spesso disillude e disattende, attendendoci al varco con prontezza a sfilzare quella ‘lama’ appuntita e a scagliare ‘la pietra’ per giudicare.

I riferimenti teatrali sono palesi, fanno parte dell’esperienza del poeta, ma questo studio interiore porta alla ricerca di qualcosa di più complesso, coscienza e volontà umana fanno sempre i conti con se stessi, per rapportarsi al mondo che recita finzione.

Non manca nelle liriche, l’attenzione alla musicalità del verso: il poeta è ‘poeta’ della stessa natura sovrastante, per cui la luna è gialla come i fiori che il poeta sente propri e “i fiori sono gialli anche se la luna è accartocciata”.

Lo scrittore-attore ci trattiene nella scena, nel profondo sipario della vita invitandoci a capire quanto, la disattenzione umana, talvolta conduca a errare, con il rischio di catapultarci nel limbo dell’essere ‘incompresi’, là dove i luoghi dell’esistere possono diventare “deserti senza direzioni” mentre, solitudine e tradimento, mali costanti nella vita dell’uomo, lo possono avvolgere nella propria esperienza umana.

“Come fosse giovedi”, è una silloge poetica di trentotto liriche ben condensate dall’accento ermetico-teatrale, che riesce a catturare e a spronare tutti coloro che, seppure si assumono il peso del sentirsi esistere, vogliono cercare di capire e di addentrarsi, nel leggero senso pirandelliano della ricerca,  nella pluralità delle sfaccettature del proprio animo, nella gamma seducente dei vitali colori, da padroni e da fautori, sempre, del proprio destino: proprio quando sul ‘soffitto’ viene a mancare il grande ‘faro’ che guida e ci conduce, ecco allora che l’uomo stesso gli si può anche sostituire.

 

Adua Biagioli Spadi

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