IL COLORE DEI SOGNI – Raccolta poetica di Lenio Vallati “Quando il sogno è il regalo più bello e il più bello dei sorrisi”

IL COLORE DEI SOGNIRaccolta poetica di Lenio Vallati “Quando il sogno è il regalo più bello e il più bello dei sorrisi”

 

Per il poeta Lenio Vallati, i sogni sono precisi, possono avere consistenza e realizzazione “tra cirri di pensieri”, non importa che siano sinonimi di colore o che i colori restituiscano loro una forza. I sogni sono chiocciole lucenti che sanno dove andare, sono già qualitativamente potenti per la naturalezza inconscia con cui si mostrano, interiormente ed esteriormente nell’animo dell’uomo, anche quando si fanno “corde che ci stringono per serrarci la gola” lasciandoci a “gocciolare nel vuoto”, anche quando ci rendono sconfitti nella lotta, quella sconfitta che è ‘sparviero’ capace di assalire. E’ la speranza che trapela nei sogni-versi, una speranza ‘antica’, come la definisce l’autore,  quella che sola, può appropriarsi e affogare l’ombra, e le ombre (Poche luci, tante ombre), quella che ci presta gli ‘occhi saggi’ del padre, che ci conduce nel cammino impervio, nel modo più lineare possibile: i sogni hanno occhi che conducono alla fine dei passi.

Lenio Vallati individua un ‘Tu’ a cui rivolgersi, a cui regalare i sogni e relegare responsabilità, perché quella seconda persona, che sia una lei in ‘abito di neve’ o un padre a cui chiedere in prestito ‘gli occhi della saggezza’, è il modo poetico più utile e profondo con il quale interagire con l’altro, per rendere vera la condivisione nel capire che il sogno ‘può essere tutto il bello e tutto il brutto’, che la tristezza può velare lo sguardo, ma non ‘rovina un bellissimo vestito di rose’ . Speranza è un non voltarsi indietro, un raggiungere la riva, il più bello dei sorrisi che ti sorprendono, anche fra gocce di pioggia che come perle ci incantano, a cui chiedere di restare insieme alle lacrime che sono luce: chiediamo al “tu”, ‘dove sia andato il poeta che abbiamo dentro’, quel motivo capace di ‘truffare la morte’ nascondendole il sudario, lo si invoca rispettosamente volendogli regalare vista, desideri  e immaginazione per sognare (Io vorrei) e lo si invoca come preghiera, in nome del fiore del rispetto, il solo e raro, che ci riconosca, vivi nel mattino e stretti nella condivisione.

Custodire il Fiore del Rispetto, non è cosa per chiunque, non tutti si chinano a innaffiare il ‘vaso d’oro’ faticosamente creato nel cammino e che introduce un concetto di tempo che per l’autore è ampio, misurato e nel contempo allungato: ‘C’è un tempo per tutto’ e ‘niente dura per sempre’, così non a caso, l’immagine della clessidra rovesciata occorre al poeta per rendere vivi i sensi e ridestarsi dai torpori, oltre che per parlare di un domani, chiedendosi elegantemente in una chiusa, di quale domani siamo in grado di parlare.

La clessidra capovolta, occorre a scandire quel tempo che resta e che basta, che è margine da non gettare, che è ‘il momento’, quello delle foglie volteggianti negli ultimi tramonti, quello dentro l’ultimo raggio rubato al sole, nella sera sempre più rarefatta o nel parlare muto dell’amore e nello scivolare lento nella notte. Tempo e Amore : due grandi concetti che non presuppongono domande inutili, ma si vivono immergendosi nelle loro acque, azioni  attuali, di speranza, e totali.

Non è un caso che l’autore, non sia indifferente ai problemi contemporanei e sociali che oggi ci colgono impreparati e sempre più poveri, di fiori d’anima: quel Fiore del Rispetto viene esteso ora alla donna che subisce piaghe e odio e a cui si affida un futuro ricco e migliore, ma anche a tutti coloro che muoiono, ingoiati dal mare, per aver provato a salvarsi dalle guerre, in balia dell’onda e delle ‘membra disfatte’, riportando alla riva del tempo, soltanto ‘ carcasse ‘ vaganti e carezze nei fondali.

L’autore non si stanca di guardare, di andare a fondo per una lotta che contrasti l’indifferenza del mondo, e proprio qui il sogno, si fa gigante,  diventando ancora di salvezza e sprone, per il genere umano che ha bisogno di credere ‘nell’infinita bellezza del mondo’, nel frutto che ancora regala nettare di ambrosia,  quell’uomo che è ‘attimo d’indefinito esistere’, per testimoniare la vita, il miracolo che pulsa, attraverso il viaggio e coglierne l’ultimo vagito.

Il poeta, colui che ‘guarda oltre le nuvole’ e apprende la luce già dentro se stesso, (Lucciola), seppur consapevole del cammino, stanco, a cui conduce la trottola della vita, in quanto uomo a cui ‘manca l’aria’ e immerso nella stessa povera aria inquinata, si ritrova non solo a denunciare la posizione di essere isola, nella corrente, pronta a perdersi nel grembo dell’oceano, ma è sempre fedele ai sogni, a cui vuole affidare gli ultimi spiccioli di speranza. Il poeta è fedele alle primavere che vestono di boccioli incantati, denotando la bellezza delle stagioni-rinascita e rinascenti, la fiacchezza che non è stanchezza, la pienezza della vita da tramandare, malgrado sgusci acqua o candide scivolate, perché lui stesso riconosce l’io poetico che lo stringe nel parametro vitale, in cui si confronta ogni giorno: egli è consapevole del ‘canto d’usignolo’ tenuto al buio nelle gabbie, che appena scorge luce, non può fare a meno di elargire voce, buona, bella o lama che trafigge, troppo vera che sia, ma sempre voce-luce, la lunga scia dorata seguita dai sogni.

Adua Biagioli Spadi

(Diritti Riservati)

 

Inseguendo un sogno

 

Batto con dita magre

Su tastiere immaginarie

In questa notte dove

Le note si congiungono al cielo

Nell’assoluto silenzio del creato.

Vanno i miei pensieri

Su rotte di treni mai esistiti

Sulle rotaie del nulla,

forse resti di memorie

o bivi di speranze

in cerca di un approdo.

La stazione avvolta nel buio

È la mia casa

dove attenderò il mattino

per capire cos’è reale

e cosa è sogno

di questo mio incerto vagare

tra le stelle.

Intanto sopravvivo

tra gli stracci di questa mia vita

inseguendo caparbiamente

la mia fantasia.

 

 

Il fiore del rispetto

 

Non voglio mimose per la mia festa.

Troppo sfacciati quei pallini gialli

Nascosti dietro le foglie di un verde pudico.

Non voglio rose.

Troppo delicate al mio tatto,

non durano che l’arco di un giorno.

Non voglio orchidee, né panzé,

né stupidi gerani.

Il fiore che desidero

Non cresce in un giardino qualunque,

né lo si può trovare in ogni mercato.

Voglio un fiore

che abbia radici profonde,

che provenga dal banco del tuo cuore,

e che profumi intensamente

della tua passione.

Un fiore altero, che non appassisca

ai venti aridi della gelosia

e non soffra

la tua trascuratezza.

Cercalo e portamelo questo fiore,

lo metterò in un vaso d’oro

e lo terrò perennemente

sul davanzale dei miei occhi

per ammirarlo ogni giorno

fino a quando,

in un mattino d’inverno,

avvizzirà con noi.

 

Lucciola

 

Non avere paura del buio

se la luce

è dentro di te.

Volteggerai nell’aria,

lucciola luminosa,

regalando a tutti

sprazzi di gioia,

attimi di puro amore

finchè un giorno

sotto l’orlo di un bicchiere

non cadrai esausta.

Ma anche allora

il tuo corpo esanime

continuerà

a produrre ricchezza.

 

 

 

 

 

 

 

 


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