I Violini di Persefone – L’arte di entrare nelle ‘umane’ dimensioni

Leggendo “I violini di Persefone” di Federica De Filippo, mi ha colpito il senso magico e misterioso che aleggia su ogni testo poetico. Sarà che già il titolo è anticipatore di qualcosa di riferito alle tre sezioni che strutturano il libro, questo raro oggetto culturale, che si avvale delle note musicali de “Il sogno”, de “L’invisibile” e de “Il divino”, o forse che sia, semplicemente, il modo o ‘la maniera’ artistico-artigianale, in cui i testi si dipanano, quasi a cascata, ‘ingannevolmente’ mettendoci alla prova, quasi volessero ‘sussurrarci’, che qualcosa sta accadendo, qualcosa di parallelo alle nostre vite, che ha a che fare con dimensioni che non sempre, siamo abituati a sentire e a vivere,  nelle quali mai del tutto, siamo disposti a calarcisi dentro.

 

Ogni sezione si supera con l’altra inaspettatamente, ci troviamo davanti la prima parte poetica del sogno, in cui ci assumiamo l’immedesimazione tra io poetico e sogno stesso, tanto che l’autrice si definisce non casualmente ‘figlia dei sogni’, cercando di volerne celebrare l’essenza e l’assenza, e non solo: il tentativo di trasportarci in quella dimensione senza logica, come se dovessimo trovare stranamente il senso negli atti più concreti. E qual è, dopo tutto,  l’atto più concreto che esista, se non la scrittura, quel ‘senso nelle mani e nelle dita’ di cui l’autrice si fa portavoce, custodendo la propria identità nell’inchiostro, mettendo da parte il tutto delle cose reali, come a dire “ecco, ora ci sono io”, ci sono le cose, tutte quelle che si libereranno in me, da me, e proprio per questo,  trova allora senso dire, “libererò la fine”, che è equivalente al risveglio dell’essere donna.

 

Certo non viene abbandonato né trascurato il tema del tempo, proprio in virtù del fatto che inesorabilmente passa e, a maggior ragione, l’autrice ne forza il desiderio di volerlo conservare con ciò che ha di più caro, “attraverso quelle mani che ne rubano il grigiore”, che ciascuno, universalmente e a modo proprio, ne sente la pesantezza tutti i giorni. E’ proprio in questa sezione che l’autrice sembra invitarci a non temere il tempo, così come il male (il serpente) e, semmai, ci invita a fare qualcosa che mai penseremmo altrimenti di fare, un rituale magicamente buono, come lo diventa il ‘cantare e afferrare il vento’, quasi che fosse un esercizio di educazione anche quello di ascoltare la parte in ombra della vita, o meglio, ‘il buio’ che tutto racchiude.
Persefone, figura mitologica greca, sposa di Ade, da cui prende il titolo la silloge intera, era la dea degli inferi, regnava sull’oltretomba e viveva lungamente il regno dei ‘non più in vita’, e quel governare era il suo atto più vivo, il suo suonare i violini della bellezza. E’qui che infatti mi piace sottolineare alcuni versi dell’autrice, quando dà voce a quella figura ombrosa esaltandone il lato creativo e totalizzante, ribaltando la prospettiva vitale di quell’ “Arte assassina” che “è perfezione/bellezza/io la amo/sono in lei.

Resta da chiedersi perché non toccare il fondo del sogno, perché non ritrovarsi a sorpassare lo smarrimento? Essere una Musa smarrita, non trova salvezza nella poesia, scrive l’autrice. Troverei interessante riflettere su questa osservazione proprio nella citazione, per altro bellissima,  che apre il libro, con la quale si brinda alla bellezza della vita e alle sue solitudini che sono esperienza. I violini in fondo, non sono che questo, gli strumenti eccelsi, quelli che si accordano più divinamente alle nostre orecchie e al nostro sentire, che lo distaccano un solo attimo dalla realtà per farlo ritornare ebbro e allo stesso tempo dilatato, per essersi nutrito di più: i violini, con le loro chiavi eleganti, non rappresentano altro che i modi diversi di entrare nelle dimensioni esistenziali a cui siamo capaci di avviare il passo, di intraprenderne le interpretazioni, di chiarificarci la lettura grande, unica e magica del mondo.

 

Lo smarrimento è “L’invisibile”, la seconda parte della silloge, che apre una gamma di spunti su cui interrogarsi, ancora su tutto quello che non siamo abituati a fare.

C’è una sorta di coraggio che trapela dall’invisibilità, ed è il coraggio di amare, quello che dobbiamo provare a ‘rivestire dei desideri uccisi dall’avidità’, così che la notte, diventa la dimensione o meglio il ventre di ogni visibile segreto, da cui sgorga la sensibilità poetica, tanto da diventarne ‘alchimia’, e l’autrice ci ricorda non a caso che ‘in estasi cade l’inconscio’ ed eternamente, il viaggio, si apre alla luce che torna.

 

“Il divino” è subito dietro all’invisibile, la terza sezione del libro; vi giunge quasi a cascata, ne è conseguenza: qui, si rammentano umanamente quelle figure mitologiche greche che, l’una davanti all’altra, segnano e dipanano i conflitti tra la morte e la vita. A partire da Ade, che in primis invoca l’uomo con la sua stoltezza, a temere ciò che ama perché l’amare, semplicemente è sacro, mentre la bellezza, che regna regna su ogni morte, interseca la vita come la morte e viceversa, che diventano un’unica sola cosa; per passare poi a Persefone, capace di trovare verità non concesse ai vivi e dunque, anima salva e salvata al contempo; e poi Ecate, di cui l’autrice scrive consapevole di essere ancora in quella fase di passaggio in cui la materia opprime l’anima, ma la invoca, quasi giurandole protezione nella vita; oppure Eos, di sublime bellezza quanto lo è l’essenza spietata, se pure innocente e delicata ma ai suoi occhi niente può essere ovvio e banale; o Narciso, che ama consumarsi ‘a graffi e a morsi’ senza mai porgere fiori, eppure ci prende tutti, nella contemporaneità, rendendoci complici e poveri; o Medusa, dagli occhi atroci e senza sguardo, a cui l’autrice si rivolge, chiedendo di lasciare intatta l’essenza umana perché ‘l’amore regna sempre infine su ogni illusone o specchio’che sia.

La conclusione è una sorta di riscatto della vita, bene inviolabile, tanto da volerla osservare solo dall’alto, come può fare soltanto l’occhio del poeta che sa di salvezza, che sa di eternità, che sente il finito nell’infinito dell’essere, ne scruta la realtà da lontano, quasi a nascondersi perfino da se stesso, in quel sogno e in quel desiderio, che non sono capaci di rovinare nessuna delle cose belle: piuttosto meglio è soffrire, ci dice l’autrice, ‘sentire rimorsi’ che divorano, piuttosto che avere limiti, è preferibile ‘sentire male allo stomaco’ che sentirsi sazi. Una bella riflessione sulla contemporaneità che vuole saziarsi velocemente di tutto ciò che trova a desiderare, per avere il massimo della gioia, senza magari sentire quella ferita necessaria alla crescita.

 

Forse bisognerebbe tornare un passo indietro, ne basterebbe uno soltanto, per ritrovare il verso giusto, la canzone non scritta, tutto quello che non si sporca;  forse la solitudine non è poi così angosciante o tenebrosa, non fa poi così paura, se ci induce a capire e a ri-concepire il bello e ogni parola che riempie per amore. Forse la solitudine  è ‘dislessia’, in cui ricantare la vita e ritrovarsi poeti, quella rara dimensione che è per pochissimi, e che ogni notte, può magicamente quanto naturalmente, diventare nuova vita.

 

Adua Biagioli Spadi

 

 

Da “I Violini di Persefone” – Poesie

 

 

*

L’arte assassina

 

Lei è arte. Lei è perfezione.

Gli uomini la odiano, vogliono ucciderla,

non conoscono la sua sublime bellezza.

Io sì. E la amo.

Vivo in lei, nella bellezza dei suoi serafici occhi,

nelle sue carezze di mani di Luna.

Ma prima o poi mi colpirai alle spalle,

mi ucciderai, mi annienterai.

E io non sarò più nulla.

Non arte, né sogni, né fantastica realtà.

Donerete la mia cenere al vento

che a Lei mi riporterà e sempre

amerò il mio assassino

ebbro del mio sangue impuro.

 

 

 

 

*

 

A Drusilla

 

Vieni giù.

Non credere alle favole terrene,

non v’è nebbia nell’ignoto.

Fresche immagini si mostrano alla mente,

limpidi suoni tentano i sensi.

Guardati.

Viola è la luce che ti cinge,

sottili le ali lasciano penetrare

i colori della tua realtà.

E’ l’inesistenza che ti fu rubata.

Rimani così.

Resta anonima nel mondo,

sii gelosa dei tuoi colori.

Musica è il nome tuo, poesia immaginata,

il nulla per ogni uomo.

Uccidi.

Nel sangue del tempo

ogni umana emozione è effimera.

Annulla la prepotente pesantezza

nel leggero valzer dei tuoi passi.

 

 

*

 

Sacralità

 

Nulla d’umano nei suoi occhi.

Le porte dei sentimenti

sono socchiuse.

Basta un piccolo tocco per spalancarle.

Basterebbe quel tocco

per ucciderla.

Uccidere la sua sacralità.

Non sarà il tempo a condannare

la perfezione del corpo,

non sarà il tempo ad indebolire

la sua anima.

Sarà una mano.

La mano del Desiderio.

Lui.

Il boia, l’assassino.

Arriverà violento, affamato.

Ma lei resta ferma.

Condannata all’immobilità della gioia.

Lontana.

 

 

*

 

Ade

 

(Temete ciò che amate, stolti uomini e dèi.)

 

Luce non v’è dove la vita mia si consuma,

solo grida stridenti odono le mie orecchie.

Fissi gli occhi neri osservano acque urlanti

e il fedele traghettatore attendo impassibile.

Eppure amor non m’è negato.

Vuoto era il trono accanto al mio,

una sposa attendeva di amar spietata la Morte.

E un dì nei campi del sud ella apparve.

Qual bella visione furon quelle braccia,

le movenze del corpo unite ai giochi delle foglie.

Qual dolce suono della voce le note

perfettamente cantate da labbra immature.

Del mio dono lei si cibò e ora con me giace.

A vegliar su anime vaganti ancor continuo,

ma la mano della bellezza ormai mi stringe

e una luce velata il mio regno illumina.

Giunto qui per capricci divini

son costretto a guidare anime nel freddo.

Temuto da tutti è il nome mio,

ma son io la Morte quanto la vita.

 

 

*

 

Persefone

 

 

Parole in sussurri di vertigine

allietano la carne ansante.

Assuefazione di odori voluttuosi:

la nostra morbida danza su letti di spine.

Tra maliziosi giochi nell’insana natura

correvano maldestre le ore.

Brame nascoste da sempre,

negli occhi perenne desiderio impuro.

Salvezza di un’anima alla deriva,

m’hai rapita con sapienti emozioni.

Ora abbraccia l’essenza che solo tu sai amare,

io sarò la dea delle tue passioni.

Stregata dall’abisso di occhi non tuoi

ho capito cosa vuol dire “verità”.

Baciata dalle gelide tenebre,

annullo la vita con magica andatura.

 

*

 

Medusa

 

 

Mi ami? Non mentire.

Non puoi amare una donna

il cui sguardo non può esserti concesso.

L’anima mia è celata in questi occhi atroci

ma va lentamente dissolvendosi tra ingenue morti.

La bellezza è arma ingannevole,

letale per te sarà quella dei miei specchi.

Non rubare anche tu la mia essenza.

Ammira il corpo, la mostruosa chioma.

Toccami, l’orrore non può uccidere.

Ma non illuderti.

Sarò solo un mostro per l’eternità.

Dimentica la deliziosa fanciulla nel tempio,

le movenze di quel corpo perfetto.

Ricorderai solo le urla dello scempio.

Torna sulla terra,

lasciati portare via dal freddo vento

di questo temuto regno.

Non cercarmi, non sognarmi, non desiderarmi.

Sarò solo l’ombra di queste parole.

 

 

*

 

Ipnosi

 

 

Oggi il contatto con la realtà appare impossibile.

Sulle onde di un mare di fumo

aleggiano parole asincrone.

Vedo l’infinito nei fogli

e la mia vita nell’infinito.

Fuggo, nuoto altrove, corro nel sogno.

Non voglio più toccare la terra.

Il mio corpo, sacro altare,

non si macchierà più di umano.

Vorrei restare così,

passare questa vita terrena ad osservare Me,

con le fantasie e i ricordi di vite vissute.

Vorrei perdermi in anamnesi

ogni volta che gli occhi si celano.

Tu, mia Salvezza, mi seguirai.

Sono nata dai tuoi passi

ma ti sovrasterò e tu non mi odierai.

Vedrai la tua piccola creatura nella sua magnificenza,

il capolavoro che le tue mani hanno plasmato.

L’amerai.

Queste immagini mi appaiono così nitide!

È il desiderio? Il ricordo? O solo fantasia?

Non rispondere, ho paura della realtà.

 

 

 


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