Felice Casucci – “Nel verso nulla ritorna” – {Trentanove meno una} – Poesie – RP Libri

Felice Casucci – “Nel verso nulla ritorna” – {Trentanove meno una} – Poesie – RP Libri

 

Nessuno mai ha detto che sia facile, vivere. Tenere le redini, affrontare, giungere. Giungere a fare il punto.

Sono periodi difficili, non troppo luminosi, anzi, nell’aria si è instaurato qualcosa che ha a che fare con una certa malinconia che si sente, quasi uno strano malessere, che si vede, si tocca. Quasi come se un mondo se ne fosse andato, si fosse fermato, da qualche parte. Magari in un luogo della nostra memoria, della nostra mente: bilanci, obiettivi, traguardi raggiunti.

In mezzo a tutto questo stare confuso, nel caos che oggi ci appartiene e che un po’ ci divora, ciascuno differentemente con alte e basse tensioni, poche pause, molte velocità, tradimenti di vario tipo, ecco, in mezzo a tutto questo, possiamo però intravedere uno sprazzo di bagliore, quello che apre gli occhi e poi è capace di rigenerare qualcosa che era chiuso dentro di noi.

Può provenire da ciò che osserviamo, da ciò che leggiamo, da ciò che viviamo, questa luce esterna che proviene da un luogo interno e incontaminato. Questo è quello che mi è accaduto recentemente, quando mi sono avventurata nella lettura di una particolare e squisita raccolta poetica, che oserei definire “epidermica”, per usare la stessa parola adoperata dall’autore, Felice Casucci, il quale ha fatto del suo verso, breve ma di intensa forza, un concentrato luminoso di riflessioni che aprono gli occhi sulle cose più vere. Le sue poesie, traspirano qualcosa che riguarda l’amore, per tutto quello che assenza o presenza, rimane dentro senza tornare.

Ci sono molte immagini e metafore in questa scrittura concreta, impresse in una quotidianità che, sebbene non sia propriamente la nostra, ci fa riconoscere ‘noi’ come siamo, come se in altro luogo e in altro tempo, l’avessimo vissuta: quel ‘sogno’ che può essere ‘stella incastonata nel calcio di un fucile’, per citare un verso del poeta, ci richiama il ‘nostro’ sogno, quello che allontanatosi per sempre da noi, scava ora il cielo per restarci dentro. Che poi, è tutto quello che sa fare la vita quando riusciamo a coglierne il bene, così come il suo opposto: ci offre tutti gli strumenti per insegnarci a scegliere “la vita da scegliere”.

Passiamo, è certo, noi passiamo, proprio come passa un poema fatto o un dolore zittito, ma quella luce resta la bussola, la porta aperta oltre l’incognita e l’assenza. L’autore ci insegna, in questo caso, quanto la parola, a volte, sia già depositata dentro di noi, in una inconsapevolezza destinata a divenire coscienza, la forza di dire le cose con il loro nome, per poi insegnarci ad offrirle, senza paura del non ritorno. Quasi fosse una presa d’atto dovuta, una riconoscenza verso la stessa vita e quelle persone che ne sono state i fulcri. “Fa paura, lasciare un giardino fiorito e conoscere il nulla senza aver colto il fiore”: questa è la nostra più grande paura, ma anche lo sprone e il rischio che occorre per varcare la soglia.

Quando si leggono poesie come queste, ci resta dentro qualcosa di importante e di sacro, inizi a domandarti ancora e ancora una volta, quale sia questo benedetto, bellissimo e sofferto senso del vivere, e senti che non puoi fare a meno di chiederlo a te stesso. A volte basterebbe soltanto mettersi in disparte dal mondo e guardarlo con limpidezza e silenzio: forse sarebbe proprio la parola a mostrarci, sarebbe la notte con le sue ricche scie, a recarci sulle labbra le cose giuste da dire.

 

Felice Casucci (Napoli, 1957) è un giurista accademico, poeta, scrittore, dalla giovane età praticante il volontariato sociale e culturale. E’ il presidente della Fondazione Gerardino romano di Telese Terme (Bn).

 

Di seguito alcune poesie tratte dal suo libro “Nel verso nulla ritorna” – Ed. RP Libri

 

XXXIX.

 

Su vieni

a tirare la soma dell’amore

nel verso in cui

nulla ritorna.

 

 

I.

 

I sogni

sono stelle preziose

incastonate

nel calcio di un fucile.

 

 

XI.

 

Ogni viaggio

ostenta

il futuro,

con un’assenza di luoghi

un’incognita beata.

 

 

XXIV.

 

Ho paura a lasciare

il giardino fiorito

della mia anima

e di conoscere il nulla

senza aver colto

alcun fiore.

 

 

XXVII.

 

Sono poche le cose da dire.

La notte le conosce

sulle labbra dei relitti d’ogni naufragio.

Sono ugualmente poche le cose da vedere,

che i ciechi non hanno già visto

e la notte non ha fatto proprie.

 


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