Domenico Asmone. Cromatici, accordi e dissonanze

Domenico Asmone – Cromatici, accordi e dissonanze

 

Sottrarsi al figurativo, alla geometria, al rigore dell’astrattismo, non è per tutti, non è da tutti.  Ricercare le motivazioni di creare arte non avrebbe neppure un senso se non si pensasse che alla base del creare, vi sta dietro qualcosa che va oltre all’uso degli strumenti che l’arte mette a disposizione. La contemporaneità  è in continua evoluzione,  ci pone sempre in guardia sulle novità, sugli stili in cambiamento e sulle performance migratorie. Non siamo più collocati in un periodo storico in cui si denotano  incapacità di trasmettere messaggi, come lo si poteva notare in un dopoguerra, malgrado pure oggi, sebbene non si tratti di affrontare periodi storici travagliati, siamo immersi in un profondo flusso di correnti che ci investono in tutta la loro crisi economica e sociale di massa, e per cui la stessa arte, in tutte le sue forme, è nutrita e avvolta dello stile di vita offertoci. Eppure, a bene osservare alcune mostre contemporanee, come quella di Domenico Asmone oggi, intitolata “Cromatici, accordi e dissonanze”, esposta alla Biblioteca San Giorgio di Pistoia, ho potuto constatare che, pur rientrando all’interno delle forme-non forme del concetto di arte informale, vi scaturisce un ferreo ‘oltrepassare’, in qualche modo, l’idea di questo concetto ormai consolidato, che dunque non si adagia né tanto meno interferisce.

Si viene a ribaltare, in qualche modo il concetto, proprio nel volere trasmettere certezze e messaggi: procedendo su un’analisi delle certezze, non si denota più un’urgenza comunicativa caratterizzata dall’uso di certi materiali, si pensi ai buchi e agli abbruciamenti della tela tipici di Alberto Burri che con vari strumenti andava a incontrare le variegate risultanze del bianco. In questo preciso caso, non si sente più la necessità di sconvolgere, di meravigliare o di travolgere con esempi artistici evidentemente staccanti e staccati  dalle correnti basiche del tempo di riferimento; non vi è più quell’esigenza forzata di sperimentalismo incontrollato o troppo auto-controllato, espresso attraverso atti e gestualità del disfare, del cancellare o dell’annullare, la parte o la totalità, del risultato che si vuole raggiungere, fino a smaterializzarlo in maniera ‘fantasmatica’.

Non si tratta di creare divisori con precedenze artistiche o eccellenze del passato, così come non si tratta di livellarsi agli informali italiani contemporanei o di creare ostacoli pittorici nel tentativo di avvincere disparati risultati artistici.

Non c’è bisogno di incontrare le dure superfici del pavimento per sentirsi a proprio agio con il dipinto e di poterci camminare dentro, (J.Pollock); non si tratta di praticare astrazioni libere coinvolgendo il corpo nella sua totalità (J. Mathieu), nè di eseguire colpi di pennello su grandi tele per ottenere sradicate entità senza relazioni tra loro (F.Kline); non si tratta neppure di adottare una stesura segno che modella la materia  (Scatizzi) né quella di un impasto totalizzante del colore fino all’immersione nel ronzio della natura (Morlotti).

Per citarne alcuni e per trattare di differenze, qui a mio avviso, si tratta invece, e stiamo parlando di analisi delle certezze, di ricerca artistica contemporanea che osa ritrovare, ri-trasportare e proporre il colore nel vivo della sua purezza, restituendo all’arte il proprio essere “cosa certa”,  facendole riappropriare il significato più autentico.

E’ una conseguenza, l’analisi del colore come risultato, non c’è bisogno di folgorare il bianco sul bianco della tela o di creare nebulose: quello che l’artista si adopera a fare, è ritrovare la ‘pigmentazione smossa’ della tinta, il suo significato, partendo forse, da una casualità iniziale, proprio come si iniziano le cose umane della vita.

Ogni colore scelto viene smussato, trasportato quasi per tratteggio e sovrapposizione, sul suo stesso pigmento, valorizzandolo attraverso l’uso delle spatole che lo tagliano, lo rimodellano, ne cercano sfumature e smagliature, lo spessore corposo all’interno di accorciamenti ed allungamenti che innervano l’andamento della “spatola” e  la ricerca della stesura.

L’effetto creato è plasticamente variegato e rivelato: il colore coincide con il dipinto, ogni gradazione assume la consistenza di una ‘marea densa’ dall’effetto compatto: si tratta di onde, di tinte incurvate, a volte direzionali, che pare stiano cercando naturalmente un movimento attinto dall’emozione, ripescandola alla radice quasi fosse adagiata e poi staccata dal fondale,  in un’indagare intelligente l’idea di un approdo.

Il tutto, con una matericità energica, che lascia finanche intravedere tracce finissime di un luogo, di “un dove” non definito: il pigmento non può che nascere da se stesso, e sotto la sua resa già si era creato: lo si può notare se porgiamo attenzione alle tracce, ai tocchi distaccati dal contesto, che quasi si perdono fino a scomparire nel colore stesso immergendosene dentro, ricordandoci vagamente quella tecnica, talvolta astratta, talvolta simbolica o concettuale che precedeva l’avvento della scrittura, rendendoci  il senso del graffitismo.

Conoscenza coloristica e armonica, ogni dipinto a sè richiama l’altro ad indicarci la varietà all’interno di un filone logico e legante, così il colore, ora viene a mescolarsi ma allo stesso tempo a distaccarsi, ora vive nel complementare ora nel primario, quando nella scalatura misurata di un richiamo chiaroscurale, quando diretto invece all’effetto bicromico, senza perdere di vista ciò che lo abita: lo spazio, che sempre il colore crea e che è necessario all’unità, impossessandosi del gioco polifonico dei pieni e dei vuoti. Così il cromatismo diventa accordo, così il cromatismo si fa dissonanza.

 

Adua Biagioli Spadi

Diritti Riservati

 


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