BIG EYES – GLI OCCHI GRANDI DEGLI ARTISTI

BIG EYES – GLI OCCHI GRANDI DEGLI ARTISTI

 

Gennaio 2015. Esce nelle sale cinematografiche l’atteso film di Tim Burton, “Big Eyes”.

Gli artisti hanno gli occhi grandi dei bambini che vedono il mondo più nitido, a tutto tondo nella loro ingenua schiettezza, con il senso dell’illusione sempre vivo e privo di sentore a qualsiasi possibilità di essere macchiato dall’inganno.

Non c’è falsità nei loro occhi e per questo lasciano spazio ai grandi sogni, proprio come il bambino che non smette di sognare, né di avere fiducia nel mondo che vede. Anzi, quello stesso cielo, quello stesso sole, le case, le strade, i fiori i giardini e l’altro uomo, tutto dà a lui nuovi stimoli per chiarire in sé quello che gli altri non vedono, per osservare meglio il bene e il male.

Il film di Tim Burton, al di là della trama di sensibile dolcezza e scorrevole visione, al di là di una storia ben raccontata, fedele e verosimile alla realtà, ormai già nota al pubblico messosi sulle piste del web a cercare quantitativi di notizie sul reale excursus della vita della pittrice, oggi ottantasettenne e di quella che è stata la sua storia insieme a Walter Keane, mette in evidenza due aspetti che corrono su due binari ma che trovano un punto centrale di incontro.

L’aspetto artistico, ovvero il dipinto di una donna che negli anni cinquanta aveva poco margine storico di vendere la sua arte creativa, che a sua volta è formato dalla scelta particolare del soggetto, data da volti a tecnica mista di bambini dai grandi occhi chiarificatori di un reale quasi tutto vissuto, e perciò dotati di forte senso di commozione, non solo dal punto di vista estetico ma anche umano, in quanto sembrano avere un proprio linguaggio ed essere ‘parlanti’, trasmettendo al cuore dell’osservatore.

E l’altro aspetto, quello psicologico di aver fatto emergere, sebbene non in maniera esageratamente drammatica, il ‘dramma’ della spersonificazione dell’identità di una donna sottomessa ‘all’identità bisognosa’ di emergere di un polo dominante, coincidente nel caso con il marito, dotato di distorta bramosia tanto da rasentare il lato criminale nel genere umano.

Balza agli occhi quest’ultimo aspetto, il vivere ideologico sottomesso di una persona che, per una parte importante della sua vita si arrende al gusto perverso e malsano del non – agire e agire invece nella falsa identità, mentendo al mondo e alla figlia. Quest’ultima, che non a caso è una bambina, riesce per logico paradosso ‘a vedere’ attraverso la sofferenza della madre, con gli occhi grandi che le sono propri e che ascoltano il dolore in silenzio.

Il film fa emergere il conflitto interiore della protagonista che volge inevitabilmente verso una sottile emancipazione femminile che la porterà a ribellarsi e a prendere coraggio contro un uomo che oramai la minaccia di morte.

Crolla il ‘castello del commercio‘ vero e proprio quello fatto di agi e di successi, che Keane si era creato e che non era altro che il sogno bellissimo e mancato di un bambino.

Il sogno vero, era quello dell’anima della moglie artista, a cui lui per anni si immedesima in perfetta simbiosi fino alla perdita di contatto con la realtà.

C’è una scena bellissima del film che merita di essere osservata da un punto di vista nuovo e direzionale, che sembra amalgamarsi con tutto l’andamento del film, che senza dargli volutamente troppo peso risulta invece essere la chiave di volta del cambiamento della protagonista e di un ‘lieto fine’: Margaret che vuole trovare la sua identità da mostrare al mondo e interrompere con lo sdoppiamento malato e mai accettato verso il carnefice.

Questa presa di posizione non poteva che esprimersi attraverso l’arte, un altro dipinto, quello ‘nuovo’, nel quale lei ritrae se stessa non più bambina dai grandi occhi profondi, ma donna esile e nuova, affascinata dai corpi allungati di Modigliani, dagli occhi estesi e appena dischiusi, non per questo meno significativi. Occhi che dicono e raccontano altro, che parlano il linguaggio dell’inconscio che si sta aprendo alla verità. L’espressione di un’artista è una lente che mette a fuoco la realtà che cambia e modifica tutto.

Non importa parlare, per esprimere quello che si osserva del mondo.

Occorre solo aprire gli occhi.

Articolo scritto da Adua Biagioli (Spadi).

 

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