ALLACCIATE LE CINTURE – FERZAN OZPETEK

Mi sono imbattuta per scelta, nel film dell’amore per l’amore, più atteso, il film di un giovane amore che si fa strada e cresce lasciando nel dubbio che ogni destino lascia,  nella vita di tutti i giorni, nel film  “ Allacciate le cinture”, di Ferzan Ozpetek.

Sapevo di non poter uscire dalla sala della condivisione, senza restare in qualche modo toccata dalle sensazioni, che solitamente solo il grande schermo sa rendere moltiplicate. E così è stato.

Il sentimento e l’esplosione dell’emozione è al centro di una proiezione magistralmente girata. Ma anche l’inesorabile evolversi della storia della vita, sia all’interno dei meccanismi di un matrimonio che nei rapporti umani. Un tracciato che ognuno porta scritto dentro al proprio destino, in un percorso  dove proprio nessuno può restare fuori, in virtù dell’esperienza e dei ricordi che pesano sull’anima.

Al centro, anche il gioco di un doppio ben sterzato : dall’anteprima lucente all’insegna della giovinezza e delle sue passioni, di desideri evocati attraverso sguardi che spiegano e dicono tutto, per arrivare all’altra faccia della medaglia, in cui il destino, privo di certezze, può talvolta cambiare, capovolgersi in un rovescio, in cui anche uno spicchio di mare azzurro, e liscio, quasi immobile nella sua trasparenza e nei colori  ed affacciato alla vita aperta al futuro, può trasformarsi per contro, in vento ed onde, perdere la cristallina calma, in un tumulto appassionato di correnti che fanno pensare all’instabile cammino della vita, dove spesso le acque si intorbidiscono.

Dalla commedia ed alle espressioni ironiche che le scene non dimenticano, al melodramma prospettato dall’accadimento dei fatti. Un susseguirsi di tempi sferzati con estro, in un avanti ed un indietro, in una prolessi chiarificatrice di fatti e ricordi, dove la realtà viene spesso veristicamente spezzata dai sogni che si compiono, per poi riprendere l’ordinarietà del sempre.  

Ma anche l’improvviso farsi avanti, di quei pensieri che lasciano spazio alla visione immaginativa,  che acquista il senso del nostalgico, del disincanto, della presenza dell’essere che può finire. Nell’attuale prospettiva vista da una donna che si sente per alcuni attimi interminabili, sola a lottare contro una malattia, e che sfocia nel dubbio di un futuro privo della propria esistenza.

La possibilità di non esserci più all’improvviso, la  visione di vedere se stessa fuori dalla scena, fuori dalla dimensione familiare dei suoi affetti, fuori da un mondo che era il proprio e dove i protagonisti accanto a lei, hanno da tempo dimenticato il suo esistere, restituito soltanto dalla bambina immaginata, che porta il suo nome, ormai passato come una stagione: Elena.

Fa pensare talvolta la scelta del nome della protagonista. Elena fa parte di un mito, quello dell’Iliade e dell’Odissea, e non era una donna come le altre. Un archetipo del femminile  che acceca nella sua dolcezza, la donna della bellezza assoluta  che fece  innamorare di sé molti uomini , che rapì il cuore di Alessandro (Paride) e fu rapita da lui.  Dea ella stessa è splendente al pari di una stella.  Forse nel suo nome  era racchiuso un destino.

Eppure nell’incerto della vita, e nella bellezza che racchiude sempre qualcosa che fa soffrire, è sempre l’amore che vince, e che resta al di sopra delle vicissitudini.

L’amore che rende ancora una volta il senso di un sentimento che si vorrebbe infinito.

 Adua Biagioli

 

Rino Gaetano:

https://www.youtube.com/watch?v=E4tz68hyT8s


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